Energia, Paese che vai atomo che trovi

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Russia, Cina, India, Bangladesh, Canada e Repubblica Ceca perseguono a tutto campo lo sviluppo dell’energia nucleare. Altri come la Germania viaggiano in maniera opposta. L’Italia è fuori da tempo

 

Una spesa di 1.500 miliardi di rubli pari a circa 21,5 miliardi di euro, sarebbe la cifra ipotizzata dal presidente  Vladimir Putin nel suo discorso annuale all’Assemblea federale, per l’aggiornamento della rete di produzione elettrica in Russia. Lo sforzo economico  dovrebbe essere sostenuto da investimenti privati nel corso dei prossimi sei anni.

“È  necessario introdurre nuove tecnologie nella generazione e trasmissione di energia. In tutto il Paese si passerà a metodi di funzionamento digitale”, ha dichiarato il presidente. In questo modo spera di risolvere i problemi di approvvigionamento nelle zone più isolate della Russia.

E mentre in patria Putin pensa all’ammodernamento della rete di distribuzione dell’energia,  all’estero e più precisamente in India e Bangladesh, il governo di Mosca ha siglato un memorandum di cooperazione trilaterale per la costruzione del primo impianto nucleare a Rooppur, in Bangladesh.

Lo riferisce una nota di Rosatom, la corporazione statale russa per l’energia atomica, secondo cui a siglare l’intesa sono stati il ministero delle Scienze bengalese e il dipartimento per l’energia nucleare dell’India. I primi 2 reattori di 2,4 gigawatt, dovrebbero entrare in funzione già nel 2023.

E a proposito di energia nucleare, l’India si muove proprio a tutto campo. Nei giorni scorsi infatti, a Nuova Delhi sono stati firmati sei accordi tra il primo ministro del Canada, Justin Trudeau, in visita in India, e l’omologo indiano, Narendra Modi proprio in campo energetico, riguardanti anche il nucleare. È stata pianificata “una strategia per il futuro”, ha dichiarato il leader indiano.

Un po’ più a est, in Cina il governo di Pechino invece, persegue la costruzione di una centrale nucleare galleggiante da realizzare nei prossimi cinque anni, allo scopo di fornire energia ai progetti offshore e promuovere lo sfruttamento del gas oceanico approvvigionare le isole Xisha e Nansha.

 

In Europa intanto il primo reattore della centrale nucleare di Temelin, nella repubblica Ceca, è tornato in funzione. L’impianto, rimasto spento per effettuare il cambio di combustibile dall’inizio dello scorso dicembre, ha ripreso l’attività dopo 83 giorni. Le informazioni sono state fornite dall’agenzia “Ctk” da Marek Svitak, portavoce di Temelin. Il secondo reattore sarà arrestato per lo stesso motivo a fine giugno per due mesi. Dall’inizio dell’anno, Temelin ha prodotto 1,5 milioni di megawattora.

Di avviso diverso in Germania invece, dove i Verdi  attraverso un disegno di legge da presentare questa settimana in Parlamento, vorrebbero chiudere tutte le centrali nucleari. In particolare  due stabilimenti: la fabbrica di elementi di combustibile a Lingen, in Bassa Sassonia, e l’impianto di arricchimento dell’uranio a Gronau, in Vestfalia. Entrambi dovrebbero chiudere a fine 2022, insieme alle ultime centrali nucleari. Tuttavia la dismissione è particolarmente difficile, perché la società di gestione Urenco è stata creata sulla base di un accordo internazionale tra Germania, Paesi Bassi e Gran Bretagna, con il “Trattato di Almeloe”, il che complica le procedure. L’accordo di coalizione tra l’Unione e l’Spd apre uno spiraglio. La coalizione vuole impedire che il combustibile nucleare tedesco venga utilizzato in installazioni “la cui sicurezza è dubbia dal punto di vista tedesco. In particolare ciò riguarda i reattori belgi in demolizione di Tihange e Doel, anch’essi riforniti dalla Germania.

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