Guardie volontarie: la normativa è penalizzante, intervenga il nuovo parlamento

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Il recente rinvio a giudizio disposto dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere (CE) del sindaco di Castel Volturno Dimitri Russo, per la vicenda legata all’utilizzo delle guardie volontarie, apre un terribile squarcio su un mondo spesso ignorato dai media nazionali, quello delle attività di vigilanza svolte dalle associazioni ambientaliste. E se appena qualche giorno fa Raffaele Cantone, presidente nazionale dell’Anac (Autorità anti corruzione), chiedeva a gran voce un “disboscamento normativo” perché in Italia “Abbiamo troppe regole e troppe regole scritte male, spesso incomprensibili o in contraddizione”, mai tale richiesta fu più appropriata, soprattutto se riferita alla nebulosa normativa che regola il delicato settore delle guardie volontarie in Italia. Vi sono le guardie zoofile, decretate ai sensi della Legge 189/2004, a cui vengono riconosciute poteri di polizia amministrativa e giudiziaria limitatamente alla salvaguardia e alla tutela degli animali di affezione. Anche se poi un elenco riportante quali specie possano essere considerate animali di affezione, dato per scontato cani e gatti, non è mai stato pubblicato Hanno competenza nella provincia in cui ricevono il decreto che viene rilasciato dalla prefettura. Vi sono poi le Gev, le guardie ecologiche volontarie, che sono regolamentate dalle regioni per cui a seconda delle Leggi locali hanno determinate competenze e dipendono direttamente dalle amministrazioni regionali o da associazioni ambientaliste. Il loro compito principale è la vigilanza venatoria ma, come già detto, in alcuni casi possono avere anche competenze a tutela della salvaguardia ambientale. Sono pubblici ufficiali, ricoprono funzioni di polizia amministrativa e hanno competenza su tutto il territorio della regione che li ha decretati. Ciò è dovuto al fatto che la materia venatoria è stata decentrata ed è da qualche anno di competenza regionale.

Vi sono le guardie ittiche, regolamentate ancora da un Regio Decreto del 1931 e hanno funzioni di polizia giudiziaria.  Una giungla normativa in cui è assolutamente condivisibile il Cantone-pensiero che auspica un disboscamento. Normalmente i volontari sono animati da grande passione e desiderio di rendersi utili, di intervenire a protezione di un ambiente e di un ecosistema troppo spesso bistrattati e violentati da persone senza scrupoli o profondamente ignoranti. Il più delle volte operano su mandato di istituzioni e a fianco delle forze dell’ordine. È il caso di Castel Volturno ove i volontari di una nota associazione ambientalista regolarmente riconosciuta con decreto del ministero dell’ambiente, agendo su mandato di una delibera della giunta municipale, hanno sequestrato camion che sversavano liquami nella pineta e in altri luoghi, hanno rinvenuto e sequestrato armi, hanno fermato cittadini che si sospettava potessero sversare rifiuti illecitamente e svolto una vigilanza assidua sul territorio del comune. In poche parole hanno svolto attività di polizia ambientale che andava al di là dalle competenze e dai poteri attribuiti loro dalla Legge. Ed è per questo che su decisione del Gup Alessandra Grammatica e su richiesta del sostituto procuratore Antonella Cantiello, i volontari, il sindaco e 4 assessori dovranno comparire davanti al giudice Giovanni Caparco, il prossimo 4 aprile, per rispondere di abuso d’ufficio. Si, perché in effetti la normativa vigente non conferisce poteri di questo genere alle guardie decretate ai sensi della Legge 189/2004 che invece, prevede competenza solo per la tutela di animali di affezione. Per tale motivo, a detta del sindaco Russo, “l’amministrazione aveva dei dubbi sui poteri di polizia giudiziaria della guardie ambientali, tanto che non ho mai dato seguito alla delibera con un decreto che conferiva loro tali poteri”.

Uno scorcio del litorale devastato di Castel Volturno (CE)

“Contemporaneamente però – continua – la procura della repubblica convalidava i sequestri operati dalle guardie, e conferiva loro deleghe di indagini”. Nel frattempo la prefettura scriveva a Russo e ad altri sindaci della zona sollevando appunto il problema delle competenze. “Quindi – conclude il sindaco di Castel Volturno – revocai la delibera dopo tre mesi”.                                                                                                            Ricapitolando dunque: un’amministrazione comunale incarica un’associazione ambientalista riconosciuta dal ministero, nelle cui file militano guardie volontarie decretate dalla prefettura, di svolgere sorveglianza ambientale sul suo territorio, questi svolgono il compito loro assegnato ed effettuano numerosi sequestri, la procura della repubblica convalida tali sequestri e li delega a svolgere indagini in tal senso, la prefettura ammonisce la suddetta amministrazione perché così facendo travalica le sue competenze in materia, questa fa marcia indietro e la stessa procura che aveva convalidato i sequestri effettuati dalle guardie volontarie incaricate dall’amministrazione di cui sopra, richiede il rinvio a giudizio per abuso di ufficio per i volontari e per l’amministrazione che aveva conferito loro l’incarico.              È chiaro che agli occhi di chiunque sia dotato di un minimo di buonsenso il settore necessita di una profonda riforma. In un epoca in cui la tutela ambientale rappresenta un’esigenza primaria per la salute dei cittadini e le forze dell’ordine dispongono di pochi effettivi da impiegare in tal senso, sarebbe opportuno che il nuovo parlamento rivedesse le competenze da attribuire ai volontari che ricevono un decreto. Competenze che attualmente discendono da quelle che aveva la vecchia polizia zoofila. Tali normative erano sicuramente all’avanguardia nel 1931 quando la tutela dell’ambiente non era ancora un argomento scottante. Per contro vi erano tantissimi animali da tiro  per le città visto che l’era del motore cominciava timidamente a far capolino ed essi rappresentavano ancora il principale mezzo di trasporto. Spesso poi ogni prefettura assegna decreti differenti, con denominazioni diverse, esempio alcune rilasciano decreti riportanti la dicitura “zoofila” altri, “eco zoofila”, ogni prefettura approva una divisa diversa, per cui si hanno esempi di una stessa associazione ma con divise differenti a seconda della provincia in cui sono state approvate. Insomma lo Stato italiano sembra voler rendere difficile l’opera che con passione svolgono gratuitamente migliaia di volontari per amore dell’ambiente e per senso civico.

 

 

 

 

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