Al tavolo agrumicolo convocato da Martina, Coldiretti chiede più trasparenza per il Made in Italy

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Agli italiani piace mangiare nostrano. Se per le auto per altri prodotti industriali non esiste alcuna sensibilità “patriottica”, per il cibo invece pare proprio che la produzione nazionale sia Condicio sine qua non.                                                  Sarà per la grande qualità dei prodotti, sarà per la sicurezza alimentare, visto che il Belpae se vanta sicuramente il sistema di controlli più severo al mondo ma, se gli alimenti non sono “made in Italy”, i nostri concittadini storcono il naso. E questo sia per quanto riguarda i prodotti alimentari che necessitano di lavorazione industriale tipo formaggi, pasta o vini sia per quel che riguarda prodotti agricoli.                                Ecco uno dei principali motivi per cui i dirigenti di Coldiretti, che hanno preso parte al tavolo agrumicolo convocato al Ministero delle Politiche Agricole (Mipaaf) dal titolare Maurizio Martina ieri giovedì 11 gennaio, hanno chiesto con forza di estendere l’obbligo di indicare l’origine in etichetta alle aranciate e a tutti i succhi di frutta per impedire di spacciare, come Made in Italy, succhi importati da altri Paesi.

Il ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali Maurizio Martina

Tale procedura, secondo la delegazione di Coldiretti,  andrebbe seguita per garantire la trasparenza di tutti i prodotti agroalimentari.        Stando alla consultazioni on line del Mipaaf, l’84% degli italiani ritiene infatti importante che nei succhi venga indicata l’origine della frutta impiegata. Così come fatto con un provvedimento ad hoc per il grano nella pasta, per il riso e per i derivati del pomodoro. L’accoglimento di tale richiesta inoltre, potrebbe soddisfare l’esigenza di salvare gli agrumi italiani visto che, secondo l’Istat, negli ultimi 15 anni vi è stato un dimezzamento degli alberi di limoni, un terzo in meno di aranceti e il 18-20% in meno di alberi di mandarini e clementine per un totale di sessantamila ettari di agrumi persi.  Ne sono rimasti appena 124mila, dei quali 30mila in Calabria e 71mila in Sicilia.

La colpa di ciò i prezzi pagati agli agricoltori insufficienti persino a coprire i costi di raccolta a causa della concorrenza sleale dei prodotti importati dall’estero. Un circolo vizioso che causa problemi economici, sociali ed ambientali. Senza la rimozione degli ostacoli strutturali che determinano lo svantaggio competitivo per le nostre imprese, la salvaguardia dell’agricoltura e di conseguenza dell’ambiente non sarà possibile.                                                            La prima cosa sono le regole che dovrebbero essere uguali per tutti. Spesso i prodotti importati dall’estero  vengono trattati con prodotti chimici vietati in Italia, occorrerebbero quindi controlli qualitativi più stringenti anche sulla reale provenienza della frutta in vendita, senza dimenticare i costi aggiuntivi dovuti dall’arretratezza del sistema di trasporti.

A riguardo suscita molta preoccupazione, secondo i responsabili di Coldiretti,  la trattativa che l’Ue ha in corso con i Paesi del Mercosur (una sorta di Unione europea in salsa latino americana) che rischia di avere effetti catastrofici su un settore che è già pesantemente danneggiato da accordi preferenziali come quello con il Marocco che vede condizioni eccessivamente favorevoli per le arance e le clementine. “Nei trattati va riservata all’agroalimentare – hanno tuonato da Coldiretti – una specificità che tuteli la distintività della produzione fermando una escalation che mette a rischio la tutela della salute, la protezione dell’ambiente e la libertà di scelta dei consumatori”.

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