Ozono: Per la NASA il buco si riduce, ma è anche per l’aumento delle temperature. I ghiacci Artici sono ai minimi storici

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Nelle ultime ore agenzie di stampa e testate giornalistiche hanno pubblicato con enfasi la notizia diffusa dalla NASA (North American Space Agency, l’ente spaziale statunitense) che il buco dell’ozono si sta riducendo in maniera consistente, si parla di una “riduzione del 20% dal 2005”. Tale dato sarebbe stato rilevato dagli strumenti  del satellite Aura in orbita dal 2004. La riduzione del buco dell’ozono, affermano dalla Nasa è stata osservata nei mesi invernali dal 2005 al 2016. “Vediamo molto chiaramente che il cloro dei CFC sta scendendo nel buco dell’ozono e che quindi si sta verificando una riduzione dell’ozono” ha dichiarato il capo dello staff che ha svolto lo studio, Susan Strahan, scienziata dell’atmosfera del Goddard Space Flight Center della Nasa a Greenbelt, nel Maryland, secondo la quale sarebbe tutto merito degli effetti del divieto internazionale sui clorofluorocarburi, i gas usati un tempo in frigoriferi e spray, proibiti con il “protocollo di Montreal” del 1987 entrato poi in vigore il 1° gennaio del 1989. Inizialmente solo 24 stati aderirono a tale protocollo, poi si unirono  altri fino a raggiungere quota 197, praticamente quasi tutti gli Stati del mondo.

Fin qui le buone notizie, in effetti il buco di ozono si sarebbe ridotto anche per le temperature più alte che si registrano in Antartide. Secondo il World Meteorological Organization (WMO) infatti,  la temperatura globale della terra e degli oceani misurata nel 2017, rientra tra i tre anni più caldi mai registrati dopo il 2016 e il 2015, con valori molto più alti della media su gran parte delle superfici terrestri e oceaniche. Mentre secondo l’US National Oceanic and Atmospheric Administration, la copertura del ghiaccio marino artico e antartico rimane ai minimi storici.                            Il Goddard Institute for Space Studies (GISS) della NASA e il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine  (ECMWF) Copernicus Climate Change Service, sostengono invece che l’anno meteorologico scorso (da dicembre 2016 a novembre 2017) sia il secondo più caldo mai registrato.

“Ciò che è più importante della classifica di un singolo anno è la tendenza generale, a lungo termine, del riscaldamento sin dalla fine degli anni ’70, e in particolare in questo secolo” ha affermato Omar Baddour, lo scienziato più autorevole del WMO.  “Insieme all’aumento delle temperature – ha ribadito – stiamo assistendo a condizioni climatiche più estreme con enormi impatti socio economici”. Il WMO metterà a confronto i dati del NOAA, della NASA, del  GISS e Met Office Hadley Center e Climatic Research Unit (Regno Unito) per stillare una classifica di temperatura certa per il 2017. Il WMO utilizza tra l’altro le analisi ripetute dell’ECMWF (un’organizzazione intergovernativa indipendente fondata nel 1975 e supportata da 34 stati) e Japan Meteorological Agency con una gamma molto più ampia di dati e di informazioni, comprese le misurazioni effettuate dai satelliti. Forniscono una migliore copertura delle regioni, come quelle polari, dove le osservazioni sono storicamente scarne.  Per avere un’idea di rapidi cambiamenti climatici nella regione Artica, basti pensare che la temperatura media osservata presso la stazione meteorologica di Utqiaġvik, situata vicino a Point Barrow, il punto più settentrionale in America sulla costa artica dell’Alaska settentrionale,  è cambiata così rapidamente da innescare un algoritmo progettato invece per rilevare i cambiamenti artificiali nella strumentazione o nell’ambiente di una stazione.

I dati però pare siano stati omessi, ma la cosa non è sfuggita ai Centri nazionali per l’informazione ambientale (NCEI, National Centers for Environmental Information), che hanno capito che i dati di Utqiaġvik, in Alaska, erano scomparsi per tutto il 2017 e gli ultimi mesi del 2016.                                                                                                            In altre zone dell’Artico comprese le Svalbard, isole della Norvegia situate a ridosso del continente bianco, invece, un’analisi indipendente dell’organizzazione Copernicus Climate Change, dell’ECMWF, ha affermato che la temperatura di novembre è stata superiore di oltre 6  gradi rispetto alla media, così come lo era stato in precedenza nel mese di ottobre.  Le temperature artiche continuano ad aumentare al doppio del tasso di aumento della temperatura globale.                                                                                                      E sulla stessa lunghezza d’onda sono anche il dodicesimo rapporto dell’Arctic Report Card, che riunisce il lavoro di 85 scienziati di 12 nazioni e il BAMS  (Bulletin of the American Meteorological Society).                                                                                                In una condizione del genere non c’è quindi da stare sereni e viene da domandarsi fino a che punto le affermazioni della NASA, ente governativo statunitense, siano imparziali alla luce dell’abolizione dei divieti che tagliano le emissioni degli impianti a carbone, il cosiddetto Clean Power Plan, e il ritiro unilaterale USA dagli accordi di Parigi del 2015, conosciuti anche come COP21, miranti a contenere sotto i 2 gradi l’aumento della temperatura terrestre.                                                                                    Soprattutto c’è da chiedersi: la riduzione del buco di ozono è davvero riconducibile solo al forte taglio di emissioni di clorofluorocarburi oppure è l’effetto positivo di un’anomalia negativa, cioè l’anomalo surriscaldamento dell’atmosfera?

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